mercoledì 1 aprile 2009

Paramecio, ascendente pidocchio

Prima cosa da non chiedermi mai: di che segno sei?
Seconda: ascendente?
Divento cattivo quando mi molestano con l'astrologia.
Manca l'eruzione cutanea, ma si tratta di una reazione allergica a tutti gli effetti.
Il primo pensiero è per quelle signore dalla parrucchiera, sedute sotto il casco, che si leccano l'indice e sfogliano con bramosia la rivista piena di orecchie fatte da altre signore che si sono leccate l'indice il giorno prima o l'ora prima (in quel caso il giornale è ancora umidiccio...). E poi finiscono sempre lì: tra l'ariete e il capricorno, tra amore, denaro, fortuna.

Ci sono alcune che riescono a reggere per ore la conversazione su temi del genere, infarcendo di aria fritta e boiate astronomiche le loro dissertazioni astrologiche.
Bisognerebbe dir loro che gli oroscopi dei giornali, soprattutto locali, li scrivono gli stessi giornalisti che mezz'ora prima hanno battuto il pezzo di cronaca nera sullo spacciatore di hashish "colto il flagrante" dalla "gazzella dei carabinieri" o dalla "volante della polizia". E che con l'oroscopo si rilassano a fine giornata buttando lì le prime puttanate che saltano loro in mente prima di andare a cena.
E invece c'è chi non esce di casa se prima non ha consultato l'oroscopo del giorno. Ma dico io: possibile che a tutti quelli, mettiamo, della Vergine, quel giorno arriveranno un sacco di soldi, troveranno il moroso/a e avranno soddisfazioni sul lavoro?

Le finte agnostiche sostengono poi che all'oroscopo non ci credono, ma alle caratteristiche dei segni si. Loro sono cocciute e testarde perché son del Toro (o del leone, non ne ho la più pallida idea). Oppure sensibili e sognatrici, da brave pescioline. Altre si definiscono ambigue, doppie, volubili, essendo che i Gemelli le hanno segnate per sempre.

Di fronte a tanta inutile convinzione è inevitabile pensare al povero Galileo. Perseguitato, processato, sbattuto in cella per amore della scienza, quella vera, quella basata su dati di fatto, fatica, studio, esperimenti. Tutte robe che i cosiddetti "astrologi", da Otelma in giù, hanno scansato sin da piccoli. Insieme alla fattura.

I nuovi padri della patria - Marco Travaglio

venerdì 31 ottobre 2008

Nostalgia canaglia e quel diavolo di Facebook

Manna dal cielo. Questo è Facebook (feisbùk per gli amici) per chi si trastulla con la nostalgia da quando è nato. Uno zibaldone di ricordi nascosti che spuntano all’improvviso quando li avevi archiviati in una remota cartella della memoria.

I fighi lo chiamano web 2.0. Che vuol poi dire interattivo, a due canali, dove si può leggere, consultare, informarsi, ma anche scrivere, aggiornare, informare. Ed è vero. Si caricano/scaricano i file video, le foto e ogni sorta di orpello creativo che può essere digitalizzato.

Ma lungo i cavi ethernet, il wi-fi e le back-bone oceaniche che collegano faccia-libro corrono soprattutto ricordi, emozioni, suggestioni sopite che, all’improvviso, si risvegliano grazie a una foto, a un nome, a un amico di un amico che non era più tuo amico ma lo torna ad essere in pochi click.

La rete è caos, certamente. E’ un insieme sconclusionato di tutto. Ma è soprattutto una miniera di cui non si intravede neanche lontanamente il fondo. Un giacimento dove appaiono pepite di vita, metalli preziosi che aspettavano solamente di essere scoperti.

E’ come se ognuno potesse ritrovare pezzi della propria vita anche dopo averli abbandonato emotivamente da anni. E se li ritrova tutti interi, o quasi. Ne sente con chiarezza il profumo dimenticato, i rumori attutiti dal tempo.

Attaccati a quegli amici dispersi nei rivoli del tempo, ci sono altri amici e altri ancora, ciascuno con quel pezzo di vita che ha condiviso con te e che ti restituisce gratuitamente.

Forse un giorno, anche vicino, ci stancheremo di faccialibro.
Di sicuro, però, non ci stancheremo di farci irretire dalla nostalgia.
E allora un altro sistema ci aiuterà, a ricordare.

giovedì 18 settembre 2008

I problemi del PD

C’è chi dice che il pd dovrebbe rispolverare, armi e bagagli, la tradizione, la cultura, il fare opposizione del vecchio piccì.Il problema/i del Pd, per quanto mi riguarda, non sono di tipo “nostalgico”.
Evocare il Pci, quel modo di fare politica, con i suoi riti, i suoi leader, le parole d’ordine e compagnia cantante è del tutto inutile OGGI. Ampiamente fuori tempo massimo.
Non è questione di essere “più di sinistra”. E le rogne del Pd non nascono dal fatto che è troppo al centro, un po’ più a destra, troppo in alto o drammaticamente in basso.

Personalmente penso che ci sia un grande deficit, invece, di cultura liberale/azionista. Quella vera, mica quella all’amatriciana di certi figuri che una volta si chiamavano miglioristi, dicevano “i compagni socialisti” rivolti a Craxi e C e oggi scrivono/leggono il riformista di polito el drito.
Una cultura che faccia del rigore, della laicità e del rispetto delle regole i propri cardini. Oggi, al Pd, tutto questo manca. Ma credo che il tarlo sia proprio nel manico.
Sia gli ex dc che i post pci di cultura liberale ne hanno sempre masticata poca. Ernesto Rossi, Sylos Labini, Galante Garronte e la tradizione azionista, liberale, progressista che incarnavano sono sempre stati visti molto male dal monolite togliattiano. E come fastidiosi moralisti dalla dc. Quando erano gentili li chiamavano “anime belle”…

Non parliamo poi della laicità. Il pci è stato da sempre un partito “clericale”, a partire dall’assemblea costituente. Sono stati scomunicati, certo. Ma era inevitabile in quegli anni di guerra fredda. Fatto sta che di battaglie laiche VERE il piccì ne ha fatte ben poche. Prima di muovere l’apparato per il referendum sul divorzio ce n’è voluto. E comunque sempre dopo gli altri. Lasciamo perdere poi le posizioni di oggi sui temi dei diritti civili. Silenzio assoluto sennò la binettilicio si incazza.

Se poi parliamo di legalità, oggi si va rimorchio della vulgata ghediniana-violantiana e si usano le stesse parole. E legalità non è un concetto di destra, borghese, autoritario. E’ tutto il contrario. Garantire l’uguaglianza di fronte alla legge di tutti. Tutelare il poveraccio che, se ha ragione, può avere la meglio sul potente di turno.

Ma c’è un tema, a proposito di egemonia culturale, che se non viene risolto, terrà in piedi i caimani per molti anni ancora: quello dell’informazione.
Se non c’è nessuno, in tv, nei giornali, nel sistema dei media a grandissima diffusione, che si prende la briga di smascherare con fatti, numeri, riscontri, le puttanate che quotidianamente vomita il casino delle libertà, nessuno che faccia i “collegamenti” utili a capire cosa realmente combinano questi, allora ce la possiamo raccontare per mille anni su questo e su mille altri blog. Ma non ne caveremo nulla. Chi dice che la televisione non conta nulla è un emerito cretino. O è in malafede.Il conflitto d’interessi, soprattutto nel campo dei media, E’ la questione. Un grande mostro dopato che fa saltare tutte le regole della partita.

E’ da lì che bisogno partire se si vuole comunicare la propria diversità, le magagne degli altri e le proposte alternative. Sennò ci sarà sempre un porta a porta dove nessuno fa domande. Solo battute. E stoccate…

venerdì 4 luglio 2008

Il nemico privato numero 1: la camicia

Le maniche lunghe sono una iattura. Le stendi bene bene, con i polpastrelli ti assicuri che la parte sotto non abbia pieghe traditrici, metti il polsino in posizione, fai un bel respiro e… Via! Il vapore sgorga copioso e roboante, annichilendo le stropicciature vigliacche.

Finita la destra, passi alla sinistra…. Però…. quella piega bastarda ti guarda e sembra schernirti: ce l’ha fatta ad uscire, nonostante le precauzioni degne di un volo spaziale. Allora rimetti in posizione la manica sinistra e con astio premi sulla ribelle per farla tornare nei ranghi.Con la seconda manica, di solito, fila tutto liscio. Soprattutto se avete dato una lezione esemplare alla prima.

Adesso le spalle. E qui viene in soccorso la parte rotonda dell’asse da stiro. Prima una metà, poi l’altra. Attenzione alle pence: ci sono camice che ne hanno una unica centrale (è la più bastarda) e non si capisce bene dove finisca, altre ne hanno due in corrispondenza delle scapole, una passeggiata. Altre ancora ne sono del tutto prive: dio le benedica. Qualche stilista sadico e ignorante si è poi divertito a fare camice ”sfiancate”, quasi come quelle da donna: bè, se li dovessi incontrare vorrei avere con me il ferro ancora caldo per dar loro una ripassatina calorosa.

Ora è tutto in discesa. Sempre utilizzando la curva dell’asse (Einstein non c’entra) si infila la parte anteriore della spalla, in modo che tutto il fronte sia ben disteso. Colpi decisi e secchi e attenzione ai bottoni. Poi si passa al retro, con l’incognita pence per fare ritorno alla zona anteriore rimasta da completare.

Per chiudere in bellezza, ecco il colletto: lo si pialla da disteso. La piega si può fare dopo, a mano, oppure con un altro colpo di ferro.Chiosa sui colletti: i botton down sono simpatici: di solito non sono inamidati e si piegano bene. Più rognosi i colli alla francese: per tenerli stesi, all’interno hanno due bastoncini piatti di plastica, che però dopo le prime lavate in centrifuga sembrano uscire dai gangheri e si mettono a girare per il colletto. Vanno riportati subito all’ordine! Altri, poi, se vanno proprio. E’ il caso di quelli infilati in fessure con l’estremità aperte. In quel caso la punta del colletto resta moscia e rientrante come quello di Bondi: rassegnatevi: non c’è nulla da fare. A meno che non riusciate a trovare nuovi stecchini in qualche negozio comprensivo.

Ultimo consiglio: una volta finito il capolavoro, annusate la camicia. Il profumo del detersivo, riavvivato dal vapore, compensa la fatica e le bestemmie.

Ultimissima chiosa: la prima stiratura comincia con la stesa dei panni. Per le camice utilizzate le stampelle: certe pieghe, vanno eliminate sin da giovani!

- utile video per chi è alle prime armi

giovedì 3 luglio 2008

Diario di un casalingo-lavoratore

Fare il ragazzo padre di un bambino di 4 anni, tenere in ordine una casa, lavare, stirare, brigare è un mestiere durissimo. Soprattutto se nel frattempo uno lavora anche, per pagare l’affitto, per mangiare, per vestire; se lavora per sé e per quella meraviglia di figlio che si ritrova.

Tutto questo merita un diario?
Se fosse un racconto serio, drammatico, anche un po’ palloso, probabilmente no. Non che non sia dura, ripeto. Ma mentre stiravo, l’altro giorno, grondando sudore che potevo riempire il ferro da stiro senza bisogno dell’acqua distillata, mi sono messo a ridere da solo, guardando le ciabattine di plastica, i bragoncini blu e la maglietta lisa che, di nascosto, mi metto in casa quando nessuno mi vede.

Ho pensato che di soggetti come me ce ne sono molti a questo mondo. Padri quarantenni (quasi), alle prese con detersivi, spugnette, moci, ferri e assi da stiro, swiffer, glassex, aspirapolveri, scottex, Svelto e Dixan.

Ho anche pensato che il mito del Denim, il maschiottone che non doveva chiedere mai, probabilmente aveva una domestica. E i soldi per pagarla. Sennò quella camicia di jeans con gli automatici non sarebbe stata stirata così a modino.

Ridendo da solo mi sono detto: quasi quasi le racconto a puntate queste vicende scabrose; dalla scelta dei guanti di gomma, al test anti-polvere, passando da quella volta che mi si è allagato il salotto dopo un temporale degno delle Filippine.

E poi basta con la tradizione italica che ormai ci ha reso ridicoli in tutto l’orbe terracqueo!
Maschio è bello, casalingo è ancora più figo!