Correre a 40 anni aiuta a capire come vivere quest'età.
Impari a dosare le energie, a risparmiare quando devi e a spingere quando puoi.
Capisci il senso dell'esperienza, conosci il tuo corpo, i tuoi limiti, le tue poche potenzialità ancora inespresse.
Certo, a 20 corri più veloce, ma non è detto che tu vada più lontano. Divori la strada, la bruci sotto la spinta dell'impeto giovanile, parti forte, ma ti fermi presto.
A 40 non è così. Questi pochi mesi di ritrovata attività fisica mi hanno insegnato quanto sia fondamentale partire piano.
Ascoltare meglio cosa si muove dentro per capire quando aumentare un po' e dove fare attenzione.
Sarà che il fondo, ma neanche il mezzo, sono mai state mie specialità, ma oggi mi scopro più paziente.
Paziente con me stesso e con il peso che certi sforzi richiedono.
Tollerante con l'istinto di partire a schioppettata e gustare tutto e subito.
Quando corri nella campagna emiliana e, come l'altra sera, avvolto nel freddo birichino il rosa scuro del tramonto d'inverno colora la neve dei campi, senti che il battito va alla giusta velocità, i pensieri si allineano a quel ritmo e tutto diventa un po' più chiaro.
L'importante è seguire il percorso, l'itinerario tracciato dall'età, dall'esperienza, dalla vita che sta alle spalle.
E allora, anche la strada più lunga, non lo sarà mai abbastanza per non arrivare in fondo.
venerdì 5 febbraio 2010
lunedì 25 gennaio 2010
Nostalgia di Pier
Quanto mi manca di questi tempi Pier Vittorio Tondelli.Non c'è un motivo particolare. Vorrei solo che quel satanasso da Correggio fosse ancora con noi e che in questi vent'anni avesse potuto scrivere ancora tanto.
Purtroppo non è così e allora riscopro i suoi testi, che mi hanno segnato come forse nessun altro scrittore. Cerco di assaporarne i toni, annusarne i profumi forti, immaginare com'erano i luoghi di Pier e come sono diventati.
Perché il giovane Tondelli avrà anche vissuto tra Milano, Firenze, Bologna, New York e Berlino, ma senza dubbio alcuno resta uno scrittore delle nostre parti, nel senso più nobile.
C'era in lui l'Emilia più bella, le nebbie che solo chi abita qui può amare e non detestare, gli aneliti di fuga che però finivano sempre tra il Po e l'Appennino o al massimo in Riviera.
Pier ci ha insegnato come siamo da queste parti, o perlomeno com'era la gioventù di quegli anni tra la via Emilia e il West.
Poi, certo, ha parlato anche a tutto il resto del mondo, ma le corde che ha smosso qui da noi vibrano ancora.
Ci manchi, Tondelli.
lunedì 28 dicembre 2009
Appena sufficiente
Almeno alla fine dell'anno due righe vanno depositate su questo blog scalcagnato, messo in linea con propositi ben più impegnati e impegnativi.
I bilanci li lascio ai commercialisti, alle prese con scudi spaziali-fiscali regalati dal creativo Giulio Tramonti.
Piuttosto si parlerà di cose accadute, di sensazioni arrivate, di sentimenti rinati.
Intanto il voto all'anno è un 6 risicato. Prima di settembre sarebbe stato un bel 4 pieno, ma eventi inaspettati hanno alzato, e di molto, la media.
Per il resto un annetto di merdina andante, con sbuffi in qua e in la che non hanno mutato una situazione già compromessa.
Di lavoro non si parla, ovviamente, che ne faccio anche troppo.
Che cosa resta, dunque?
Resta un bagliore settembrino che ancora si propaga. Un progetto indefinito e incerto che però aiuta a proseguire. Un desiderio di investire su qualcosa, di scommettere e rimettersi in gioco, consapevoli che il rischio di insuccesso è molto più alto della possibilità di una ipotetica felicità.
Tanto basta, però.
E di questi tempi è già tanto.
Auguri a tutti.
mercoledì 5 agosto 2009
Un terremotato politico
E' che sto leggendo "Qualcuno era comunista" di Luca Telese.E in quelle pagine riafforano tanti, ma tanti di quei ricordi, spezzoni, pezzetti, memorie, facce e pianti che una luce si riaccende e ti metti a pensare.
Come è stato possibile che in poco più di dieci anni tutte quelle passioni, spinte ideali, pensieri belli, profondi e sofferti siano finiti nel cesso?
E come si fa a resistere allo scempio di oggi, con uno che parla di bocciofile e con un'altra iscritta all'opus dei?
Ho provato a leggere le "piattaforme programmatiche" dei candidati alla segreteria del piddì. Anche di quelli regionali (solo dell'Emilia-Romagna, in realtà. C'è un limite anche al masochismo).
In fondo, dipende ancora dal piddì la remota possibilità di mandare a casa il nano di arcore.
E la scelta del leader condiziona il modo e il metodo con cui si fa (o si torna a fare) opposizione. Anche a chi non lo vota, deve interessare il destino di questo oggetto.
Bè, quelle "tesi" non sono nemmeno riuscito a finirle. La fuffa regna incontrastata. Nessuna indicazione concreta, ma nemmeno una qualche analisi seria. E tantomeno una critica precisa. Forse Ignazio Marino ha messo in fila qualche punto comprensibile, ma è ancora poco, troppo poco.
Rimuginando ancora, però, ho capito cosa mi provoca tanto disagio.
In realtà, nel 1991 io sono stato vittima di un terremoto. Tra l'altro, voluto anche da me (ero per il sì).
Questo sisma ha raso al suolo la mia prima casa: quella dove avevo cominciato, sul girello della fgci, a imparare a camminare nel mondo periglioso della politica.
Poi cresci, e un po' come quando torni nelle classi delle elementari da grande, ti sembra tutto stretto e piccolo.
Allora ti convinci che è giusto cambiare. Giù il muro di qua, apriamo il salone di là... Poi, per evitare pastrocchi, giù la casa e la si rifà nuova.
E qui comincia il dramma: architetti contro ingegneri, elettricisti contro idraulici, piastrellisti contro imbianchini. Tanto che la casa non risorge se non dopo tanto tempo, ma invetabilmente sgangherata e pericolante, ancora da finire.
Per paura che qualcosa crolli ti accasi in una tenda.
Lo sai che la tua vera casa è quell'altra, ma adesso, così come sta, non è abitabile.
E attendi.
Riassetti la tenda e fai amicizia con i compagni/colleghi di quella che ormai è diventata una tendopoli (senza bertolaso, però).
Ogni tanto passi al cantiere, ma vedi che il muro, fino ai ieri a buon punto, oggi è la metà. L'idraulico non ha gradito l'opera del muratore.
Passano le stagioni, la tenda regge. Non è una casa, ma regge.
A volte sembra pure confortevole, se non fosse proprio questo il vero dramma.
Senza una casa con tutti i crismi finisci per l'accontentarti. Ti adatti. Abbassi il tiro e le pretese.
Ma perdi anche l'entusiasmo, insieme al ricordo di com'era e di come sarebbe potuta essere.
Non vuoi la casa di una volta. Con le stesse mura e le medesime stanze.
Ma è l'idea di casa che ti manca, il calore di quelle mura, la passione che attraversa i luoghi.
E' così difficile da capire?
O basta solo cambiare il direttore lavori?
martedì 21 luglio 2009
Luna di provincia
Era la stessa di sempre anche quella notte.
Nulla avrebbe potuto turbarla.
Distratta e lontana, non si accorse nemmeno che stava per essere conquistata.
Quando l'Aquila atterrò nel Mare della Tranquillità a Carpi era notte fonda.
Strade e campi assistettero deserti all'evento.
La piccola città fissò nel televisore in bianco e nero Neil e Buzz passeggiare in quella "magnifica desolazione".
Non accadde nulla di speciale in piazza, nei bar del centro, in periferia, nelle campagne.
Forse in omaggio alla dimensione intima della luna, in provincia erano le case ad ospitare l'emozione.
Diverso il ricordo per i bimbi già in vacanza, molti di loro in colonia. Al mare o in montagna.
Assembrati nelle camerate ben oltre l'orario della ritirata, Tito Stagno raccontò loro il "balzo da gigante per l'umanità".
I salti da allora sono stati grandi. Non sempre in avanti, però.
Ma quella fu una grande impresa. Spingersi cosô lontano, cosô in periferia.
Un gesto indispensabile per non restare alla periferia di noi stessi, appoggiati come siamo sopra un pezzettino azzurro, perso nel buio dello spazio.
martedì 14 luglio 2009
Sciopero!
mercoledì 24 giugno 2009
Il pallone e l'acqua fresca
Oggi dalla finestra dell'ufficio ho visto quattro bambini giocare a pallone nel cortile di sotto.Come in ogni disfida pallonara d'infanzia che si rispetti c'era quello più grande e corpulento, il mingherlino sgusciante e dribblomane, il medio relegato in porta tra le due colonne del porticato e il proprietario del pallone un po' sgonfio che spadroneggiava.
Una scena che 50 anni fa, si fosse svolta a Palermo, Bari, Roma o Torino non sarebbe stata molto diversa. Forse solo un po' più polverosa.
La pausa d'ufficio si è così fatta più lunga per osservarli giocare al tramonto.
E' inutile: ti possono raccontare dei 93 milioni per Cristiano Ronaldo, dei vomitevoli capricci di Ibrahimovic, dei diritti televisivi e di calciopoli: nulla rovina la bellezza di correre dietro a un pallone.
La palla presa a calci resta il gioco più bello. I bimbi ti possono chiedere nintendo, playstation, trasformers, skifidol e altre plasticate, ma se devono scegliere non resistono al pallone e agli amici/avversari.
Poco importa se non c'è l'erba, la porta regolamentare, le righe e le divise. Il calcio è il pallone: tutto il resto è il contorno.
Alle medie ho cominciato ad allenarmi in una squadra della mia città, l'Ac Cibeno. Avevamo ancora le divise di lana grossa o acrilico, non saprei dire dopo tutti quei lavaggi, ma di certo grattavano peggio dei mutandoni di Super Pippo.
Ricordo l'emozione di firmare il "cartellino", l'atto ufficiale d'ingresso nella "squadra".
E poi la borsa blu con la scritta bianca, senza tasche o menate; le trasferte a Sorbara, Solara, Sozzigalli, Rovereto, Ravarino, Camposanto, San Possidonio sulla macchina del mister o di genitori/accompagnatori.
Il primo gol in una partita ufficiale con il numero 7 (ala destra) a Limidi: discesa sulla destra e botta ad incrociare sul palo lontano: portiere battuto.
O le partitelle d'estate che alla fine (ma anche a metà) di attaccavi alla cannella d'acqua sempre fresca, nonostante i 35° gradi e l'umidità assassina.
Più di tutto, però, ricordo gli allenamenti d'inverno. Correre e giocare nella nebbia, al freddo, sotto la pioggia non era problema, anzi. Ti godevi di più la doccia calda alla fine; un'estasi che rinfrancava ogni centimetro quadrato di pelle e di muscoli.
E poi il ritorno a casa in bici, coi capelli ancora un po' umidi che-invece-te-li-devi-asciugare-sennò-ti-prendi-del-male... 

E il dopo cena, lo stravacco sul divano con le gambe un po' dolenti e il sonno che arrivava piano piano e saliva con premura...
L'altro giorno sono ripassato per caso da via Genova.
Il mio campo non c'è più: metà dello spazio se l'è preso il circolo ricreativo con bocce, verande e attrazioni varie. L'altra metà è diventato un parco pubblico con le giostrine, le panchine e le aiuole d'ordinanza.
Meglio così di un parcheggio o di una lottizzazione per condomini o villette monofamiliari.
Però mi sarebbe piaciuto vedere un cinno che fermava la partita, correva a dissetarsi dal tubo di gomma e ritornava in campo asciugandosi la bocca con il braccio...
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