E’ strana la spiaggia di ciottoli. Specie se si guardano quelli appena dentro l’acqua, trasportati dalla risacca e spostati per una vita dalle onde. Può capitare che per un gioco di correnti, venti e maree un giorno due di questi si ritrovino accanto. E lì restino, per un tempo indefinito, fino a che un’onda nuova non li sposti nuovamente lontani.
Oppure finisca che li lasci lì, l’uno accanto all’altra, accarezzandoli di tanto in tanto con la sua schiuma profumata.
mercoledì 23 febbraio 2011
lunedì 7 febbraio 2011
Mani
Stai crescendo che manco faccio in tempo ad accorgermene tanto sei veloce a venir su alto e snello.
Ci sono tante cose nuove che ti arrivano e che vedi e che vuoi capire.
C'è la curiosità di chi ha appena imparato a leggere, scoprendo un mondo nuovo di parole, pensieri, cose.
La fatica della scuola, gli occhi grandi che adesso guardano oltre che vedere, gli affetti intorno che senti e che ti abbracciano ricambiati sempre di più.
Sono felice di camminare con te, di restarti a fianco anche se un po' più indietro, perché adesso ce la fai a procedere anche un po' da solo.
Ci abbracceremo ancora per tanto tempo, ci diremo sempre "ti voglio bene" e ci daremo la buonanotte per molte notti ancora, anche se i tuoi piedi si avvicinano sempre di più alla testiera del letto.
E allora sappi, piccolo mio, che sono qua vicino a te e che la tua mano, anche se un po' più grande, ci sta ancora tanto dentro la mia.
Ci sono tante cose nuove che ti arrivano e che vedi e che vuoi capire.
C'è la curiosità di chi ha appena imparato a leggere, scoprendo un mondo nuovo di parole, pensieri, cose.
La fatica della scuola, gli occhi grandi che adesso guardano oltre che vedere, gli affetti intorno che senti e che ti abbracciano ricambiati sempre di più.
Sono felice di camminare con te, di restarti a fianco anche se un po' più indietro, perché adesso ce la fai a procedere anche un po' da solo.
Ci abbracceremo ancora per tanto tempo, ci diremo sempre "ti voglio bene" e ci daremo la buonanotte per molte notti ancora, anche se i tuoi piedi si avvicinano sempre di più alla testiera del letto.
E allora sappi, piccolo mio, che sono qua vicino a te e che la tua mano, anche se un po' più grande, ci sta ancora tanto dentro la mia.
sabato 25 dicembre 2010
Roots
Quali sono le mie radici?
Queste qui, ben piantate nell'Emilia, direbbe un osservatore distratto.
Sei nato e cresciuto qua, parli con quest'accento dalle "e" belle chiuse, dalle "s" sibilanti e dalle "z" affilate.
E mangi i salumi, i turtleìn, gnocco e tigelle e tutti quegli accrocchi zuppi di colesterolo malvagio.
Senza contare che la pianura ti accompagna da una vita, la nebbia e l'umido d'inverno, l'afa schifosa d'estate e i circoli anziani e le polisportive e l'associazionismo e la coop e il partito e l'arci e la bicicletta che adesso è un sogno perché ti sposti solo in macchina come una trottola tra la via Emilia e il west.
Detta così, allora, non ci sarebbero dubbi.
Però, non è proprio così.
Perché il mio genitore maschio è calabro, nato anche se poco cresciuto tra l'Aspromonte, il Tirreno e lo Jonio. E poi ci sono tutti i parenti e affini che pure loro provengono dalla Magna Grecia, ma negli anni si sono sparpagliati lungo lo stivale, dalla Liguria, a Roma, con un grossa colonia fiorentina.
E non vi dico il guazzabuglio di accenti e di cucine alle riunioni di famiglia, che ti gira la testa se non entri subito in sintonia con il souq parentale.
Anche la frequentazione del capoluogo mediceo da quando i ricordi mi accompagnano ha aggiunto il tifo viola e un po' di toscanità a quello che sarebbe già uno zibaldone pronto e finito.
E ancora non basta.
Dove li mettete, infatti, i 38 anni suonati di frequentazioni salentine?
Con il sale di quel mare stampigliato a fuoco sulla pelle, gli odori, i muretti a secco, la terra rossa, gli ulivi, le paiare, le friselle, gli scogli, la sabbia fina e quella grossa.
E poi l'accento fiero di quel tacco orgoglioso, che comprendo e che mi sforzo di imitare. O i mattoni di pietra leccese, e le storie narrate dai Messapi ai giorni nostri e la pizzica che ti infervora d'estate nelle piazze di paesi, borghi e quartieri.
Senza dimenticare le lunghe frequentazioni, le amicizie e, più di tutti, il recente sole partenopeo, che si sono aggiunte armoniosamente alla fiera già presente.
Un bel rompicapo, non c'è che dire.
E dunque?
Dunque mi accorgo che le radici forse non le ho da nessuna parte, ma ancora di più che le ho in molti posti.
Forse significa che più dei luoghi, del cibo, della conformazione geografica del posto dove si nasce, si cresce, si vive, gli alberi del cuore e degli affetti mettono radici dove incontri le persone che ti fanno diventare quello che sei. Le loro facce, le parole, i silenzi, i vissuti insieme, i pezzi di vita che con loro condividi diventano la linfa che scorre dalle radici e arriva fino alla chioma, anche se adesso sono semi calvo.
E' come se durante quelle frequentazioni avessi posato un seme in quelle terre simboliche che amici, parenti, persone si portano appresso e oggi quella semina avesse generato un bosco di alberi, con radici sparse da Nord a Sud, dal Tirreno, allo Jonio, all'Adriatico passando per gli appennini.
Se ci penso il discorso fila.
E io sono emiliano, certo, ma anche salentino, calabro, partenopeo, fiorentino e chissà cos'altro ancora.
Queste qui, ben piantate nell'Emilia, direbbe un osservatore distratto.
Sei nato e cresciuto qua, parli con quest'accento dalle "e" belle chiuse, dalle "s" sibilanti e dalle "z" affilate.
E mangi i salumi, i turtleìn, gnocco e tigelle e tutti quegli accrocchi zuppi di colesterolo malvagio.
Senza contare che la pianura ti accompagna da una vita, la nebbia e l'umido d'inverno, l'afa schifosa d'estate e i circoli anziani e le polisportive e l'associazionismo e la coop e il partito e l'arci e la bicicletta che adesso è un sogno perché ti sposti solo in macchina come una trottola tra la via Emilia e il west.
Detta così, allora, non ci sarebbero dubbi.
Però, non è proprio così.
Perché il mio genitore maschio è calabro, nato anche se poco cresciuto tra l'Aspromonte, il Tirreno e lo Jonio. E poi ci sono tutti i parenti e affini che pure loro provengono dalla Magna Grecia, ma negli anni si sono sparpagliati lungo lo stivale, dalla Liguria, a Roma, con un grossa colonia fiorentina.
E non vi dico il guazzabuglio di accenti e di cucine alle riunioni di famiglia, che ti gira la testa se non entri subito in sintonia con il souq parentale.
Anche la frequentazione del capoluogo mediceo da quando i ricordi mi accompagnano ha aggiunto il tifo viola e un po' di toscanità a quello che sarebbe già uno zibaldone pronto e finito.
E ancora non basta.
Dove li mettete, infatti, i 38 anni suonati di frequentazioni salentine?
Con il sale di quel mare stampigliato a fuoco sulla pelle, gli odori, i muretti a secco, la terra rossa, gli ulivi, le paiare, le friselle, gli scogli, la sabbia fina e quella grossa.
E poi l'accento fiero di quel tacco orgoglioso, che comprendo e che mi sforzo di imitare. O i mattoni di pietra leccese, e le storie narrate dai Messapi ai giorni nostri e la pizzica che ti infervora d'estate nelle piazze di paesi, borghi e quartieri.
Senza dimenticare le lunghe frequentazioni, le amicizie e, più di tutti, il recente sole partenopeo, che si sono aggiunte armoniosamente alla fiera già presente.
Un bel rompicapo, non c'è che dire.
E dunque?
Dunque mi accorgo che le radici forse non le ho da nessuna parte, ma ancora di più che le ho in molti posti.
Forse significa che più dei luoghi, del cibo, della conformazione geografica del posto dove si nasce, si cresce, si vive, gli alberi del cuore e degli affetti mettono radici dove incontri le persone che ti fanno diventare quello che sei. Le loro facce, le parole, i silenzi, i vissuti insieme, i pezzi di vita che con loro condividi diventano la linfa che scorre dalle radici e arriva fino alla chioma, anche se adesso sono semi calvo.
E' come se durante quelle frequentazioni avessi posato un seme in quelle terre simboliche che amici, parenti, persone si portano appresso e oggi quella semina avesse generato un bosco di alberi, con radici sparse da Nord a Sud, dal Tirreno, allo Jonio, all'Adriatico passando per gli appennini.
Se ci penso il discorso fila.
E io sono emiliano, certo, ma anche salentino, calabro, partenopeo, fiorentino e chissà cos'altro ancora.
martedì 21 dicembre 2010
Sonno Natale
Eccolo dunque che si avvicina tra le nebbie e le nuvole grigie di quest'inverno insolito e freddo.
Il natale arriva da quella parte e passerà in un tempo veloce, troppo, per afferrare qualcosa di più di una fetta di panettone.
Mi chiedo cosa vogliano dire questi giorni strambi attesi per un anno. Cosa dovrebbe cambiare quando si è circondati da lucine, alberi agghindati, palle ferme e palle che girano?
Per quanto mi riguarda niente. Forse solo le ore di sonno che si allungheranno un po' rispetto alle notti brevi del resto dell'anno.
In fondo è già molto. Riposare la mente, il corpo e i pensieri aiuta a guardare dove si è arrivati e cosa resta ancora da fare.
Si, penso che mi regalerò questo: un cuscino accogliente e la quiete dell'inverno.
E se nevica, tanto meglio. Non avrò nemmeno bisogno delle catene.
Buon natale
Il natale arriva da quella parte e passerà in un tempo veloce, troppo, per afferrare qualcosa di più di una fetta di panettone.
Mi chiedo cosa vogliano dire questi giorni strambi attesi per un anno. Cosa dovrebbe cambiare quando si è circondati da lucine, alberi agghindati, palle ferme e palle che girano?
Per quanto mi riguarda niente. Forse solo le ore di sonno che si allungheranno un po' rispetto alle notti brevi del resto dell'anno.
In fondo è già molto. Riposare la mente, il corpo e i pensieri aiuta a guardare dove si è arrivati e cosa resta ancora da fare.
Si, penso che mi regalerò questo: un cuscino accogliente e la quiete dell'inverno.
E se nevica, tanto meglio. Non avrò nemmeno bisogno delle catene.
Buon natale
Scrivi
Scrivi che non ti passa.
Scrivi e pensi, ma non se ne va.
Scrivi, cancelli, riscrivi e resta lì. Ti guarda da dentro e ti punge nel vivo, e fa male e non lo sopporti.
Scrivi e ti sposti su altro, ma sempre lì torni.
Scrivi e ti lasci andare, ma niente.
Scrivi che c'è anche altro, ma adesso non lo vedi.
Scrivi che non ha senso, non è naturale, eppure esiste e persiste.
Scrivi di quando se ne andrà quest'amarezza e vorresti che fosse il prima possibile.
Scrivi. E qualcosa passerà.
Scrivi e pensi, ma non se ne va.
Scrivi, cancelli, riscrivi e resta lì. Ti guarda da dentro e ti punge nel vivo, e fa male e non lo sopporti.
Scrivi e ti sposti su altro, ma sempre lì torni.
Scrivi e ti lasci andare, ma niente.
Scrivi che c'è anche altro, ma adesso non lo vedi.
Scrivi che non ha senso, non è naturale, eppure esiste e persiste.
Scrivi di quando se ne andrà quest'amarezza e vorresti che fosse il prima possibile.
Scrivi. E qualcosa passerà.
lunedì 1 novembre 2010
Germogli
Pesante non farsi sentire. Stare in una stanza ovattata e non udire nemmeno le proprie urla. Aprire la finestra e trovare mattoni anziché un panorama di campi o di mare. Correre e sudare e trovarsi sempre nello stesso posto.
Nemmeno quella parte di te razionale, concreta, sempre ragionevole che ti potrebbe dire di fermarti, di cambiare strada e registro si fa viva. E non sarebbe per nulla convincente adesso. Anzi, la sentirei noiosa e saccente. Oltre che troppo comoda.
Ora ascolto l'angolo di cielo che non voglio mai dimenticare, il campetto da calcio di quand'ero bambino, l'istinto attento che coglie odori, sfumature, anche quelle più impercettibili. E' fatica, a volte. Ma chi me lo fa fare di perdere lo stupore, la gioia di costruire, la meraviglia di vedere un germoglio che cresce e di sapere che un giorno le potrò finalmente regalare un fiore?
Nemmeno quella parte di te razionale, concreta, sempre ragionevole che ti potrebbe dire di fermarti, di cambiare strada e registro si fa viva. E non sarebbe per nulla convincente adesso. Anzi, la sentirei noiosa e saccente. Oltre che troppo comoda.
Ora ascolto l'angolo di cielo che non voglio mai dimenticare, il campetto da calcio di quand'ero bambino, l'istinto attento che coglie odori, sfumature, anche quelle più impercettibili. E' fatica, a volte. Ma chi me lo fa fare di perdere lo stupore, la gioia di costruire, la meraviglia di vedere un germoglio che cresce e di sapere che un giorno le potrò finalmente regalare un fiore?
Ora slegale
Oggi fa presto buio pesto. E' da ieri che le lancette sono rientrate all'ovile, seguendo il corso naturale della luce del sole.
Il risultato è che la penombra fa capolino già dalle quattro del pomeriggio, specie se piove fitto e noioso come oggi.
Mi ha sempre intrigato l'ora legale. Quello spostare indietro (o avanti) l'orologio, cancellando o aggiungendo arbitrariamente un'ora che non c'è.
Cosa succede in quell'ora? I treni partiti alle 02:58 e che fanno un tragitto breve arrivano prima di quando sono partiti? Così gli aerei? E non è che scompare quello che ho fatto dalle due alle tre?
E se ho conosciuto, visto, incontrato una persona, sarà fantasma o realtà?
Sono i pensieri che arrivano ogni sei mesi. E che se ne vanno pochi giorni dopo.
Intanto un'altra ora è passata.
Il risultato è che la penombra fa capolino già dalle quattro del pomeriggio, specie se piove fitto e noioso come oggi.
Mi ha sempre intrigato l'ora legale. Quello spostare indietro (o avanti) l'orologio, cancellando o aggiungendo arbitrariamente un'ora che non c'è.
Cosa succede in quell'ora? I treni partiti alle 02:58 e che fanno un tragitto breve arrivano prima di quando sono partiti? Così gli aerei? E non è che scompare quello che ho fatto dalle due alle tre?
E se ho conosciuto, visto, incontrato una persona, sarà fantasma o realtà?
Sono i pensieri che arrivano ogni sei mesi. E che se ne vanno pochi giorni dopo.
Intanto un'altra ora è passata.
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